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L’artigiano immaginato

Ti invito, lettore o lettrice, a fare con me un esperimento – sono o no d’altronde scienziato – e pensa, o meglio immagina, un artigiano al lavoro. Sentiti libero e libera di connotarlo come e quanto preferisci. Età, professione ed altezza, forma del naso: pensalo in libertà. Prenditi pure qualche secondo, chiudi gli occhi, fai come credi. 

Ti lascio persino un poco di spazio per farti pensare. Torniamo a sentirci un poco più in basso.

 

Fatto?

Ora, con un gesto tra lo scientifico ed il divinatorio, provo ad indovinare qualcosa di questo tuo artigiano mentale. Nella scena che hai in testa, del pulviscolo (segatura, forse limatura di ferro) brilla magari alla luce di un raggio di sole. Questo inquadra una coppia di mani (callose, le nocche rotonde di chi ha un poco d’artrite) che impugnano uno strumento (uno scalpello, una pialla, una pinza sbeccata) che morde del cuoio, pareggia una tavola di betulla o gonfia la pancia in vetro di un grosso vasone o di un lungo bicchiere. 

Senza spingermi a darti, lettore o lettrice, alcuna indicazione sui suoni della scena cui sopra, scommetto pure che a fare da eco sono i suoni ritmati di un martello che batte, se la persona in fondo alle mani è un fabbro, o l’accarezzare vigoroso sul legno, se questa è un falegname. Dei respironi potenti? Vetraio.

Ti invito pure ad annusare, deciso, l’aria di questa scena. Può esser d’aiuto fare lo stesso col tuo naso reale, poiché a lui dovrebbe naturalmente seguire quello immaginato: l’odore sarà quello dolce del legno, di terra bagnata se il vostro sogno è fatto d’argilla, o del cuoio, lo stesso della giacca in camoscio nell’armadio di casa. 

Potrei sbagliarmi, ma penso – mi scuso, se suono arrogante – di aver indovinato. 

Certo, il tuo artigiano è magari un poco più secco o più grasso, più irsuto, di come io pure l’ho pensato, ma è molto probabile che il suo fare sarà saggio e paziente, deciso ma delicato in tutti i suoi gesti. È pure plausibile che i suoni a cui hai pensato siano dolci e pacati, e non odiosi, come quelli di fabbrica. Allo stesso modo, l’odore non sarà quello dei solventi chimici o di bruciato: se qualcosa brucia, nella tua bottega da sogno, brucia come brucia l’incenso, mica come pile di pellet.

Sebbene ti avessi invitato ad immaginare un artigiano al lavoro, l’immagine non si è infatti appesantita dei significati che spesso diamo al lavoro, nemmeno a quelli che diamo al nostro: l’artigiano non si annoia, non è stordito dal rumore dei macchinari. Se prova fatica, è quella nobile di chi scala una montagna, non di chi ha concluso la sesta riunione della giornata. Non scolpisce o incide frenetico: il suo lavoro è una danza. Pure lo sporco pare truccarlo. 

Questo gioco da mentalisti vuole provare quanto condivisa e inequivocabilmente romantica sia la figura dell’artigiano nel nostro immaginario, di come questo si muova in un universo diverso di quello del lavoratore reale, con cui ha ben poco a cui spartire, e di come non segua le sue stesse regole.

Non risaliamo per ora alle origini dell’uso romantico della figura dell’artigiano – Adamson (2013) ricorda come i primi esercizi vengano fatti già nella seconda metà del 700, con la figura dell’artigiano-Geppetto che nasce quindi insieme all’operaio di fabbrica – e lasciamo per un momento da parte le sue incarnazioni più contemporanee – Gandini e Gerosa (2023) parlano di neo-craft per indicare la già e ormai familiare figura del social media manager che scappa dalla vita d’ufficio per dedicarsi alla ceramica. Con le colleghe ci siamo chiesti se gli artigiani più anziani, in bottega quindi ben prima dei vari Homo Faber e Maker Movement (in altre parole, before craft was cool), corrispondessero all’immagine esotica e romantica cui sopra. Col progetto KTM – Kill the Moonlight e con l’evento “Souvenir, un’esplorazione della memoria artigiana” creato insieme all’attore Filippo Tognazzo e Zelda Teatro, accompagnati dal fotografo Andrea Signori abbiamo fatto così sei lunghe interviste ad artigiani anziani, per farci raccontare come avessero iniziato e come, se l’avessero fatto, smesso di lavorare. 

 

Sebbene le mani degli intervistati fossero decisamente callose, i loro gesti sicuri, e i nasi in effetti grossi come quello del mio artigiano ipotetico, i loro racconti erano più quelli di un lavoratore, che di un artigiano. Questo non significa che non fossero orgogliosi degli anni passati in bottega, o che non riconoscessero di essere più fortunati di tanti dei veneziani loro coetanei (non servono giochi da mentalista per immaginarsi le condizioni dell’operaio petrolchimico degli anni Sessanta). Dai loro racconti però trapela poco di quel romanticismo che spesso decora la figura del falegname o del soffiatore di vetro. Azzardando pure un cauto slancio demografico, è difficile pensare che per una generazione povera, con scarsissimo accesso all’istruzione e geograficamente immobile, il lavoro, artigiano o meno, fosse qualcosa di diverso da una necessità per campare. Per uomini e donne di metà Novecento, nati e cresciuti in un’economia manifatturiera e non di servizi, è lecito pensare pure che il lavoro artigiano non si trovasse in un immaginario troppo distante da quello di una operaio di fabbrica. Entrambi, dopotutto, facevano le cose.

Così, non velleità ma contingenze hanno fatto muovere i primi passi di Aldo, corniciaio, tra gli altri, dei lavori di Picasso. Aldo ironicamente aspirava alla vita del musicista – trombettista, ad essere precisi – per cui andare a bottega fu il ripiego di una instabile e precaria carriera artistica, all’interno di una ovvia necessità di trovarsi un lavoro stabile, vero, come appunto quello dell’artigiano.

Non diverso per Renzo, mascherero quasi per caso, che dopo una breve e angosciata esperienza nell’impianto margherotto, si siede per terra a Venezia con un lembo di cuoio e un coltello per vendere borsette, ammettendo di dover “far su un lavoro”. 

E la storia, lettore o lettrice, sebbene questa certo variasse quando a raccontarla era Gianni o Daniela, invece che Aldo e Renzo, tutto sommato rimaneva sempre la stessa, sorprendente nell’avere ben poco di immaginario, e diversa dall’artigiano che abbiamo immaginato appena ottocento parole più in là. Come forse hai fatto tu, io pure mi sono stupito nel sentir parlare d’artigianato non come altro – rispetto alla spietata produzione di massa, all’alienazione digitale – ma come invece l’unico modo – per campare, di fare le cose – per qualcuno che è certo anziano, ma mica antico. 

Così ti e mi chiedo, caro o cara, se allora, quando parliamo di lavoro artigiano, dovremmo iniziare a mettere l’enfasi – le parole insomma in corsivo – più su lavoro che sopra artigiano

Per approfondire:

Adamson, G. (2013). The invention of craft. Bloomsbury Academic/V&A Publishing.

Gandini, A., & Gerosa, A. (2023). What is ‘neo-craft’work, and why it matters. Organization Studies, 01708406231213963.

Manfredi De Bernard

Assegnista di ricerca

2 Comments

  • Silvia Risso
    Posted 19 Marzo 2025 17:10 0Likes

    Buongiorno Manfredi,
    lavoro in tutt’altra area, ma mi permetto di interagire perché il suo articolo mi tange: io sono innamorata degli artigiani (non dico “delle” perché non ne conosco). Il falegname, il vetraio, il muratore, il tapezziere. Conosco le loro storie e siamo diventati amici. Se vuole un giorno, gliele racconto queste storie che aderiscono perfettamente a quanto lei dice. E’ stato il lavoro per campare.
    Malgrado ciò, ho fatto l’esercizio che lei ha suggerito nelle prime righe e ne è venuta fuori l’immagine romantica e sa perché? Perché malgrado tutta la fatica che hanno fatto nella vita, loro, hanno sempre preferito lavorare per sè, in modo indipendente, libero, magari senza fatturare tutto tutto, ma libero, anche se a volte avrebbero potuto andare a salario. E la libertà, per me, è romantica.
    Un saluto cordiale
    Silvia Risso

    • Anna
      Posted 10 Aprile 2025 9:43 0Likes

      Grazie Silvia per questo commento. L’esercizio serviva proprio a questo, a far rendere conto al lettore che abbiamo tutti (me compreso) una visione romantica dell’artigiano/a, ma è curioso notare come l’immaginario, il racconto di una cosa poi finisca per coprire delle esperienze ben più reali!

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