di Ilaria Foroni
Immagina di danzare in un parco a contatto con la natura o in un museo accolto dall’arte, senza sguardi giudicanti, in un spazio sospeso di cura e ascolto.
Dance Well è questo e moltissimo altro: una pratica artistica con più di 10 anni di storia nata a Bassano del Grappa; una danza con effetti terapeutici per le persone che vivono con il Parkinson; una best practice riconosciuta a livello europeo ed internazionale e…un progetto europeo.
Ed è per questo motivo, grazie al progetto triennale finanziato dal programma Europa Creativa “Dance Well”, se dal 2022 ho avuto la possibilità di immergermi in questo mondo. Come parte del team di ricerca insieme a Fondazione Fitzcarraldo, siamo stati coinvolti con l’ambizione di studiare i processi di istituzionalizzazione, contestualizzazione e legittimazione di Dance Well, osservando nello specifico le pratiche di dialogo tra il mondo artistico e il mondo medico e sanitario.
Danzatrice o ricercatrice? Danza o terapia? Arte o scienza? Far parte di questo progetto di ricerca è stato un vero e proprio esercizio interdisciplinare, dove il pensiero dicotomico e categorico viene costantemente sfidato e messo in crisi da pluralità di significati, ambiguità intenzionali e saperi invisibili. Infatti, Dance Well, nei suoi tentativi definitori, non limita ma offre nuovi spazi di possibilità, mettendo in crisi il paradigma positivista che pretende la misurazione oggettiva e contrasta l’ambivalenza.
Il lavoro di ricerca è partito da una domanda: Quali sono i fattori in grado di promuovere collaborazioni bilanciate, non strumentalizzanti, e aumentare il riconoscimento delle attività artistiche e del loro impatto sulla salute?
Per farlo, abbiamo condotto una ricerca qualitativa comparando e approfondendo il processo di implementazione della pratica Dance Well in cinque organizzazioni culturali partner del progetto europeo: Il Centro Nazionale Coreografico La Briqueterie a Vitry-sur-Seine e Le Gymnase a Roubaix in Francia; il Lithuanian Dance Information Centre in Lituania; Tanec Praha in Repubblica Ceca e il centro coreografico K3 ad Amburgo in Germania.
Nei vari contesti organizzativi ho intervistato lo staff e i danzatori professionisti coinvolti nel processo ma, soprattutto, ho danzato con loro.
Dance Well è stato il territorio di gioco ideale per comprendere come una pratica designata prevalentemente ma non esclusivamente per persone che vivono con il Parkinson potesse essere compresa dal mondo medico e ospedaliero dove la terapia deve rispondere a precisi protocolli diagnostici e di misurazione e non può lasciar spazio alla creatività, alla poesia e all’improvvisazione.
Nonostante infatti sia ormai consolidato quanto l’arte impatti positivamente sul benessere e sulla salute degli individui e delle comunità (Fancourt & Finn, 2019), gli studi che analizzano l’efficacia di questi interventi artistici sono prevalentemente basati su piccoli campioni o su casi studio, e quindi non abbastanza rigorosi per pretendere una vera e propria legittimità in ambito medico (Putland, 2008; Clift, 2012). Infatti, i meccanismi di creazione dell’evidenza riconosciuti dalla comunità scientifica rimangono tutt’oggi quelli basati su modelli biomedici, che prediligono la quantificazione come strumento di rilevazione oggettivo e trasparente del fenomeno osservato. Nonostante le correnti interne di critica e i tentativi di rinnovo per promuovere la transizione verso una medicina multidimensionale e non più iper-specializzata – come avvenuto già negli anni 70’ con la proposta del modello biopsicosociale (Engel, 1977) – il sistema scientifico sembra non aver trovato ancora gli strumenti per mettere in pratica questa rivoluzione copernicana in ambito medico, dove al centro troviamo la persona e non più i suoi sintomi (Rogers,1979).
In questo contesto, non privo di resistenze e correnti politiche interne, si inserisce la pratica Dance Well, cercando di guadagnare legittimità in ambito sanitario senza tuttavia rinunciare alla sua identità artistica. Questa resistenza ideologica e volontà di non cedere ai modelli biomedici si concretizza in uno sforzo collettivo e condiviso con diversi professionisti culturali e artisti coinvolti in progetti interdisciplinari come quello di Dance Well.
L’intento è quello di promuovere il valore intrinseco delle pratiche artistiche in modo svincolato rispetto ai meccanismi di misurazione (Daykin, 2019; Yoeli et al., 2020). Ed è forse proprio grazie a questo sguardo esterno se l’artista, una volta introdotto nel mondo della cura e della terapia, riesce ancora ad avere un potenziale trasformativo, critico e riflessivo.
“Non trattateci come una nuova medicina” è una frase ricorrente nelle interviste di Dance Well, così come la necessità di sottolineare l’artisticità della pratica, prima ancora del suo carattere terapeutico:
“Gli insegnanti di Dance Well non devono essere amorevoli o caritatevoli; devono essere professionisti della danza, ed è questo ciò che cercano i nostri partecipanti: non cercano esperti di Parkinson che li aiutino a guarire, cercano esperti di danza che permettano loro di fare un’esperienza artistica che incidentalmente li faccia anche socializzare e incidentalmente porti benessere fisico”
– DW Teacher
Il benessere diventa quindi un’ulteriore retorica legittimante della pratica, anche se con carattere secondario, non esaustivo, proprio per evitare la completa strumentalizzazione dell’arte che ad oggi è sempre più comune nelle politiche culturali (Gray, 2007). Dance Well invece adotta importanti strategie di difesa per tutelare la sua dimensione poetica, resistendo dunque al paradigma dominante.
Con una rivoluzione lenta fatta a piccoli passi, Dance Well infatti ci ricorda la bellezza di credere nelle cose anche senza possederne il controllo. Anzi, forse è solo grazie a questa accettazione di perdita se si può ristabilire uno stato di meraviglia, che germoglia negli spazi di possibilità e incertezza governati dalle arti. E meravigliarsi, commuoversi, emozionarsi restano, fortunatamente, le costanti essenziali per migliorare il nostro benessere e aumentare la qualità della vita. Anche se ancora non sappiamo come dimostrarlo in modo evidence-based.
Ma ne abbiamo davvero bisogno?
Immagine di copertina: pratica Dance Well, 9 maggio 2025, Ospedale SS. Giovanni e Paolo, Venezia, ph. Anna Battistella
Per approfondire:
- Pubblicazione “Dance Well the European Journey: Discovering the fundamentals of Dance Well, its impact and relation to health care systems”, il terzo capitolo “Positioning Dance Within Health Care Systems: Reflections From Dance Well And Tools for Dialogical Art-Based Collaborations” a cura di Ilaria Foroni e Fabrizio Panozzo.
- Gray, C. (2007). Commodification and instrumentality in cultural policy. International journal of cultural policy, 13 (2), 203-215.
- Rogers, C. R. (1979). The foundations of the person-centered approach. Education, 100(2), 98-107.
- Daykin, N. (2019). Arts, health and well-being: A critical perspective on research, policy and practice. Routledge.
- Putland, C. (2008). Lost in translation: the question of evidence linking community-based arts and health promotion. Journal of health psychology, 13(2), 265-276.
- Engel, G. L. (1977). The need for a new medical model: A challenge for biomedicine. Science, 196(4286), 129–136.
- Clift, S. (2012). Creative arts as a public health resource: moving from practice-based research to evidence-based practice. Perspectives in public health, 132(3), 120-127.
- Fancourt, Daisy & Finn, Saoirse. (2019). What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review. World Health Organization. Regional Office for Europe. https://iris.who.int/handle/10665/329834. License: CC BY-NC-SA 3.0 IGO
- Yoeli, H., Macnaughton, J., McLusky, S., & Robson, M. (2020). Arts as Treatment? Innovation and resistance within an emerging movement. Nordic Journal of Arts, Culture and Health, 2(2), 91-106.
