di Anna de la Torre Fornell
“Heidi, Heidi, ti sorridono i monti,
Heidi, Heidi, le caprette ti fanno ciao”
Se l’immaginario alpino avesse una colonna sonora, sarebbe probabilmente la sigla introduttiva di Heidi, il famoso cartone animato giapponese la cui protagonista è appunto la piccola Heidi, che insieme ad un nonno di poche parole e al vivace Peter vive una vita serena sui monti. Il richiamo ad uno jodel, i pascoli verdi, le vette innevate e una borgata con i fiori in primo piano completano il quadro di questo “mondo fantastico”.
Certamente la costruzione degli immaginari alpini non poggia interamente sulle spalle di Heidi. Dai cinepanettoni ai romanzi di alpinismo, dai romantici britannici a Le otto montagne, innumerevoli sono le produzioni culturali che, dalla “scoperta” settecentesca delle Alpi a oggi, hanno coinvolto la montagna e, nel farlo, hanno orientato il nostro sguardo costruendo determinati immaginari. I dipinti, i romanzi, i film, infatti, nella misura in cui producono immagini svolgono un ruolo fondamentale nell’allenare il nostro sguardo ad un certo modo di guardare: la produzione di immagini alimenta e finisce per costruire l’immaginario ed è quindi una produzione tutt’altro che neutra.
Eppure, verrebbe da dire, le montagne sono lì, sulle vette ci si può arrivare, in montagna ci sono i sentieri, ci sono i rifugi, ci sono le borgate: è tutto soltanto il trucco di un illusionista, un gioco di specchi? Le montagne sono lì, sì, le possiamo toccare, le possiamo attraversare, le possiamo scalare. Ma cosa il nostro sguardo vada cercando oltre ogni tornante può non essere così immediato ed è qui che le produzioni culturali svolgono un ruolo centrale.
Ne erano consapevoli, ad esempio, gli organizzatori delle prime mostre di arte alpina a inizi Novecento che, agli albori del turismo alpino, per allenare lo sguardo della borghesia cittadina, selezionarono un gran numero di dipinti con cime maestose innevate e paesaggi incontaminati, lontani da qualsiasi bruttura il mondo del lavoro o, semplicemente, la vita in montagna potesse portare.
La pittura di paesaggio esposta nel 1911 a Turinetto Soprano (in foto), un prototipo di villaggio alpino inventato a partire da espressioni culturali provenienti da diversi punti dell’arco alpino e costruito in occasione dell’Esposizione di Torino, costruisce un immaginario in cui la montagna è luogo del guardare, dove lo sguardo trova conforto in cartoline piatte e perfette nella loro composizione, in presepi viventi popolati da Heidi e montanari bruschi e poco istruiti, selvaggi dall’animo buono, non corrotti dai vizi della città e della pianura industrializzata.
Alla montagna estetizzata, si aggiunge un’altra montagna immaginata, la montagna pop del divertimento e dell’evasione, della velocità e degli sport invernali, dei natali e le settimane bianche dei cinepanettoni dei Fratelli Vanzina e del Pagante. Fatto di leggerezza, lontano dal lavoro e dalle preoccupazioni della pianura, questo luogo ricreativo è il playground di innumerevoli avventure alpinistiche di cui scrisse già Leslie Stephen, l’intellettuale inglese di fine Ottocento a cui oggi i Moonboot, le ostriche e lo champagne all’après-ski farebbero molto probabilmente una gran impressione.
Infine, dopo la montagna di Heidi e la montagna pop, una terza declinazione di immaginario alpino è la montagna eroica, intimamente legata al mondo dell’alpinismo. Questa pratica a lungo ritenuta di origine puramente alto-borghese e urbana ha alimentato ed è stata alimentata a sua volta da un immaginario eroico, quello della lotta con l’Alpe celebrata da Guido Rey: “utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede”, come per anni hanno riportato le tessere soci del Club Alpino Italiano. Proprio il mondo dei club alpini ha dato origine a testi, dipinti e film in cui la montagna è degna e temuta arena per gesta e sfide eroiche in cui l’alpinista quasi trascende la propria natura umana.
D’altro canto, è facile intuire che guardare la montagna dalla pianura non sia come guardare la montagna dalla montagna stessa e che lo sguardo cittadino, anche una volta in montagna, indossi comunque una lente che rende più difficile distinguere la cosa osservata dalla sua rappresentazione.
A febbraio 2026, infatti, questi territori saranno teatro delle gare della XXV edizione dei Giochi olimpici e paralimpici invernali, che, come sovente accade con le grandi opere e i grandi eventi, non sono rimasti incontestati. Chissà quale immaginario alpino porteranno con sé coloro che da Milano saliranno nelle montagne di Cortina, Bormio, Livigno, Tesero, Predazzo o Anterselva per le prossime Olimpiadi invernali.
Oltre alle sempre crescenti e legittime preoccupazioni per l’insostenibilità ambientale di questo tipo di eventi, un’attenzione particolare dovrebbe essere dedicata anche alla loro influenza culturale sui territori ospitanti. Per questo motivo Milano – Cortina 2026, con da un lato la gran Milan e dall’altro la Regina delle Dolomiti, rappresenta un evento da osservare con attenzione.
Ad accompagnare i prossimi giochi invernali, ci sarà l’Olimpiade Culturale, che ha l’ambizione di essere una programmazione multidisciplinare, plurale e diffusa sviluppata a partire dalle proposte presentate dagli operatori culturali presenti sul territorio. L’obiettivo di questa Olimpiade Culturale è raccontare lo sport “tra storia, arte e cultura” e nelle proprie linee di indirizzo non poteva mancare il coinvolgimento e la partecipazione attiva delle comunità.
Come erano consapevoli del proprio obiettivo gli organizzatori delle mostre di arte alpina di inizi Novecento, quale peso daranno gli organizzatori dell’Olimpiade Culturale alla capacità del proprio cartellone di alimentare determinati immaginari?
Sebbene nei territori di riferimento non manchino esperienze artistiche contemporanee che con la propria ricerca interrogano e problematizzano gli immaginari alpini, troveranno queste spazio nell’Olimpiade Culturale per dare voce alle proprie storie e articolare immaginari alternativi? Da parte di un grande evento come i Giochi, che celebra proprio la montagna del playground, possiamo aspettarci contro-narrazioni che incrinino le lenti attraverso cui guardiamo i territori montani e, in ultima analisi, l’immaginario stesso delle Olimpiadi?
Possiamo lasciarci il beneficio del dubbio e nel frattempo guardare agli ultimi giochi invernali ospitati in Italia: Torino 2006. Anche in quel caso il grande evento sportivo coinvolgeva la città di Torino e le circostanti Val Susa, Val Chisone e Val Pellice ed è stato accompagnato da ItalyArt. In questa olimpiade culturale, con il proprio baricentro puntato su Torino, la cultura è stata mobilitata (con discreto successo) come fattore di trasformazione per la città e di ridefinizione della sua percezione come car factory town. Non altrettanto trasformativa è stata, invece, la cultura per i territori valligiani, dove le olimpiadi hanno lasciato impianti ingombranti oggi largamente inutilizzati e futuri incerti.
Se le Olimpiadi culturali appaiono un format consolidato di programmazione culturale che accompagna le manifestazioni sportive dei Giochi, la cultura che mobilitano sembra più accondiscendente con narrazioni convenzionali invece che impegnata a dare spazio alla forza trasformativa della cultura con e per i territori ospitanti. Eppure, i linguaggi artistici e le produzioni culturali non sono neutre rappresentazioni del reale, ma sono terreno di creatività, di ri-organizzazione del sensibile, di costruzione di narrazioni e significati alternativi.
Con questa consapevolezza, possiamo chiederci: quando arriveranno i prossimi Giochi, troveranno il nostro sguardo allenato?
Immagine di copertina: dalla locandina del film “Vacanze di Natale”, di Carlo Vanzina,1983
Per approfondire:
- Joutard, P. (1993), L’invenzione del Monte Bianco, Editore G. Einaudi.
- De Rossi, A. (2014), La costruzione delle Alpi, Donzelli.
- Raccontare le montagne oltre i luoghi comuni, intervista a Camilla Valletti su L’Altramontagna
- Cos’hanno lasciato le Olimpiadi a Torino e nelle sue valli, di Valerio Clari, ilPost
- Beatrice Citterio (Instagram @wake_up_bea)
- Dolomiti Contemporanee (Instagram @dolomiticontemporanee)
- franzmagazine – Contemporary Culture in the Alps
