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Misurare il Bel Paese

Borghi, impatto, cultura e altre disgrazie

di Angela Nativio

Est. Campagna appena fuori Roma – Pieno giorno

Un taxi lascia Emily, vestita da moderna Audrey Hepburn, davanti all’arco di ingresso di un vecchio muro di cinta fortificato.

La camera gira su un’inquadratura frontale, seguendola in una piazzetta inondata di luce, circondata da casette ricoperte di edera. Un gruppo di anziani signori è seduto in un angolo a giocare a carte. Dopo una rapida interazione, non priva di scogli linguistici, Emily incontra finalmente Marcello, che si offre di mostrarle il paese. 

Panoramica verticale –  panni stesi ad asciugare al sole, vasi di gerani, e bambini intenti a giocare e correre per strada, scorci della coppia ripresa da viuzze laterali. Li seguiamo mentre svoltano l’angolo nel momento esatto in cui Marcello invita Emily a fermarsi per pranzo. 

Cambio scena – un’enorme tavola imbandita al centro della piazza. Sulle note di una vivace tarantella, i due si accomodano a tavola insieme a tutto il resto del borgo.

 

da Emily in Paris, Netflix

L’estetica che apre l’ultimo episodio della serie Netflix Emily in Paris è senza dubbio familiare a chiunque viva in Italia. L’immagine mentale del Bel Paese, fatto di borghi arroccati su colline o pareti rocciose, è ormai collettivamente quella – come spiegano gli autori del libro Contro i Borghi – di “oasi non-urbane di manufatti (sempre pregiati), di quiete (sempre garantita), di natura (sempre incontaminata), di cibi “autentici” (sempre dal sapore antico)”. 

Poco importa che, da dizionario, la parola “borgo” faccia semplicemente riferimento ad un’estensione della città fuori dalle mura – un sobborgo, per l’appunto. Per tutti noi – e per moltissimi turisti internazionali – il borgo è ormai sinonimo di autenticità e, soprattutto, di bellezza

In un paese fatto di borghi, però, i problemi non  mancano. 

 

Est. piazza di un piccolo borgo italiano – pieno giorno

Eric, un uomo di mezz’età, si rivolge a tre anziane signore sedute su una panchina in un’italiano stentato, venendo immediatamente bollato come un “tipico americano”.

Cambio scena – sequenza che alterna Eric e la figlia Olivia che passeggiano per le vie del paese con una veduta aerea del centro storico. L’uomo chiede alla figlia se ha davvero intenzione di comprare una villetta in Italia. La ragazza risponde di si, spiegando che “le piccole città vendono case a un euro per attirare persone” e aggiungendo che l’iniziativa le è stata menzionata direttamente dalla sindaca. Il padre, scettico, le risponde che la proposta ha tutta l’aria di una truffa.

Siamo, ancora una volta, nell’immaginario pop della piattaforma Netflix che, in occasione di S. Valentino, ha lanciato la commedia romantica La Dolce Villa. In un catalogo che non manca di pellicole ambientate in amene località del Bel Paese, questo film è uno dei pochi a menzionare uno dei maggiori problemi dei borghi: lo spopolamento

Trascurati per decenni da politiche pubbliche concentrate sui contesti metropolitani, infatti, i borghi si sono progressivamente svuotati di servizi, attività economiche, e quindi di abitanti. Una spinta  fondamentale (in termini di visibilità ancor prima che di risorse) alla loro riscoperta è stato proprio il Covid-19, che ha portato ondate di nomad-workers, south-workers, e workers from anywhere a rifugiarsi in reconditi ma ameni paeselli, sfruttando la propria privilegiata posizione (economica e lavorativa) per recarsi a riscoprire se stessi e reinventare le proprie vite. 

È dunque a questo snodo fondamentale, e alla rinnovata attrattività dell’estetica del borgo, che può essere collegata la decisione del governo italiano di destinare la maggiore fetta degli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sotto la responsabilità del Ministero della Cultura al famigerato Bando Borghi”: € 1.02 miliardi divisi in due linee di intervento (Linea A e Linea B) per sfruttare il “biglietto da visita” della cultura italiana in modo tale da generare un impatto positivo su questi piccoli tesori tutti da riscoprire. “Impatto” diventa così l’altra parola chiave di questa storia, a sua volta definita in modo molto particolare, per quanto non necessariamente preciso. La tendenza a vincolare i finanziamenti alla cultura alla promessa (preventiva, in fase di risposta alle call) ed alla misurazione (consuntiva, alla fine del progetto o a conclusione delle sue fasi principali) di un impatto significativo ha ormai preso piede all’interno del settore. Eppure, l’atto del misurare non è mai così automatico ed oggettivo.

La letteratura accademica ha indagato, negli anni, come la definizione di metriche e indicatori comporti inevitabilmente una scelta (Belfiore, 2015; Mennicken & Miller, 2012). Nella selezione di cosa misurare e di come farlo, infatti, alcuni aspetti vengono messi in evidenza, selezionati come priorità, mentre altri rimangono nell’ombra. Quanto più il finanziamento sarà vincolato a tali priorità, dunque, tanto più il contenuto dei progetti rischierà di risentirne. Analizzando il form per le candidature al finanziamento del Bando Borghi – Linea B (€ 580 milioni), per esempio, emerge un focus sull’impatto definito in termini di nuovi abitanti e nuovi posti di lavoro da creare, senza che nessuna di queste due direzioni venga declinata con una particolare attenzione al contributo della cultura e delle attività culturali nella loro realizzazione. In aggiunta, il pochissimo spazio dedicato alla descrizione del contesto culturale del borgo è escluso dalla valutazione, non avendo un punteggio associato, e nessuna delle sezioni del form richiede un’analisi approfondita della qualità artistica e culturale delle proposte, men che meno dell’impatto che potrebbe generare sul territorio. 

Cosa comporta questo per i progetti selezionati? La direzione presa dai 21 progetti della Linea A (€ 380 milioni), ognuno dei quali risulta assegnatario di un contributo di 20 milioni di euro, è abbastanza interessante da questo punto di vista. In circa la metà dei casi, la presentazione iniziale dei progetti rispecchia abbastanza fedelmente i contenuti delle politiche culturali a cui gli ultimi decenni ci hanno abituato (residenze d’artista, musei diffusi, ecc.). Nel resto delle proposte, però, la cultura passa progressivamente sullo sfondo, presente nella descrizione delle attività ma non segnalata come asse strategico del progetto, o addirittura assente, sostituita da un focus su argomenti quali “qualità della vista”, “microeconomie”, e “modelli di business sostenibili”. 

Sarebbe davvero stata la cultura a salvare i borghi, riportandoli al loro splendore di un tempo? Oppure sono davvero le attività produttive e le infrastrutture la chiave di svolta per le aree interne? La prima domanda rimane senza dubbio ancora aperta, e sarà difficile che una risposta possa arrivare da un progetto con questo orientamento alla definizione e misurazione dell’impatto, in cui l’elemento culturale è quasi invisibile. La risposta alla seconda potrebbe probabilmente essere affermativa, ma sarebbe forse sbagliato aspettarsi che provenga da una politica culturale implementata dal Ministero della Cultura. 

Per approfondire:

Barbera, F., Cersosimo, D., de Rossi, A., & l’Italia, A. (2022). Contro i borghi: il Belpaese che dimentica i paesi. Donzelli.

Belfiore, E. (2015). ‘Impact’, ‘value’ and ‘bad economics’: Making sense of the problem of value in the arts and humanities. Arts and Humanities in Higher Education, 14(1), 95–110.

Mennicken, A., & Miller, P. (2012). Accounting, territorialization and power. Foucault Studies, 13, 4–24.

Angela Nativio

Ricercatrice

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